Vinsanto, nettare dell’ospitalità

Dalle origini leggendarie, alle spalle del Vinsanto ci sono varie teorie. Le prime citazioni risalgono agli inizi del Cristianesimo, forse a voler indicare un vino puro particolarmente adatto al rito della Messa; proseguendo nella ricerca delle probabili origini del termine arriviamo al 1348, quando durante la peste scoppiata nel senese,  i moribondi che ingerivano il vino da messa somministrato da un frate, sembra esclamassero “vinsanto” per le sensazioni di sollievo provate; si diffuse la convinzione che tale vino avesse proprietà miracolose, portandogli l’epiteto santo.

Tradizionalmente il Vinsanto veniva prodotto raccogliendo i migliori grappoli (vendemmia “per scelti”) per farli appassire in modo deciso coricandoli su stuoie o appendendoli a ganci. Ad appassimento avvenuto le uve venivano pigiate ed il mosto (con o senza vinacce dipendendo dalla tradizione seguita) era trasferito in caratelli di legni vari e di dimensione variabile (in genere tra 15 e 50 litri) da cui era stato appena tolto il vinsanto delle produzione precedente. Questo vino tradizionale toscano ed umbro è fatto con uva di tipo Trebbiano e Malvasia. Può essere anche prodotto con uve Sangiovese e in questo caso si parla di vinsanto occhio di pernice. Può essere sia del tipo amabile che secco; gli abbinamenti suggeriti sono con la pasticceria secca, con la pasta frolla e con i biscotti cantucci toscani. Il vinsanto può essere consumato anche come vino da pasto: il tipo abboccato si accompagna al formaggio marzolino fresco, il tipo secco al raviggiolo. In Toscana il binomio perfetto è “cantucci e vin santo”

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